La tua fortuna inizia il giorno in cui cominci ad ascoltare il vento e a girarti nella sua direzione
La tua fortuna inizia il giorno in cui cominci ad ascoltare il vento e a girarti nella sua direzione
Scritto il 09 giugno 2010 alle 21:43 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
... con più rabbia in corpo, canta Guccini a proposito di una lontana vicenda liberamente interpretata. Non con più rabbia in corpo (non ne ho motivo, grazie al Cielo), con più stupore, quello stesso stupore che ho provato qualche volta nell'avvertire chiaramente le coordinate in cui sono collocato, ad esempio nel vedere un luogo dall'alto. Sono a cavallo di un tempo particolare, oggi. Compio cinquant'anni. Il 29 marzo 2010. Pensavo che non sarebbe mai arrivato il mio quarantesimo compleanno, manca ancora un secolo, pensavo, ma quando mai diventerò vecchio?
Eppure, non mi sento più profondo, né tantomeno più placato di quando avevo vent'anni, forse un po' meno incerto su alcune decisioni, o forse molto meno incerto, ma il mio labirinto di pensieri non è cambiato di molto, e ancor meno è cambiato il modo di percorrerlo.
Più consapevolezza, quasi solo teorica. E questa strana incredulità del tempo passato: ho fatto troppo poco, sono successe troppe poche cose, o più semplicemente è rimasta inalterata, ecco il vero pugnale piantato nella schiena, è rimasta inalterata la distanza tra gli eventi e l'immaginazione. Nulla si è mai avverato, tranne il non desiderato.
Questo mi impedisce di credere al numero di anni, tutto deve ancora iniziare. Perciò, leggendo di "un cinquantenne" (potrei quasi dire di "un anziano") in una cronaca qualsiasi, mi immagino qualcuno molto più vecchio di me. Qualcuno già ben immerso nel guado, che sa di essere oltre la metà. No, non io, sto ancora giocando, come quella signora che scrive nel suo diario "compio novantadue anni? no, vi sbagliate, ne ho sedici".
Temo che da questa condizione si passi alla sensazione che tutto sia già finito, in un solo attimo. Un evento terribile, o forse solo uno sguardo distratto al lunario, e l'inizio ritardato si trasforma in fine repentina. In mezzo nulla.
So anche che non è vero, se ricapitolo la mia vita (la mia memoria è ordinata, allenata da sempre, a tratti formidabile) ricordo persone, parole, fatti di una esistenza lunghissima, ma resta quel punto: eventi vissuti e ricordati come preparatori, la realtà deve ancora venire, per ora si crogiola nell'immaginazione. E invece non erano preparatori, erano i fatti. Non c'è altro: oppure si, ma è immaginazione, vita parallela senza contatti.
So di persone che non hanno vite parallele - concentrati su questa, si addestrano con rigore, dedizione e continuità, e raggiungono risultati straordinari. Ma non so se li invidio.
Ho cinquant'anni. Un'unica consapevolezza mi salva dalla malinconia di queste considerazioni (che non diventa depressione, ma è malinconia): di notte, complice il sonno, travalico con allegro trasporto il confine, e molte mattine avverto nitido l'umore libero e felice dell'evaso che se la ride della prigione. Questo dibattersi insoddisfatto e pavido è circondato, proprio circondato (il vecchio bardo aveva ragione) dal sonno, ricco, vivace, illimitato. Lasciare aperta la porta, cambiare o spostare il proprio veicolo, corpo fisico o altro che sia, abituarsi al viaggio, leggeri, al punto di non discernere i sonni dalla loro graziosa sorella, e seppellire il fardello delle convinzioni ignoranti con una risata. Un allenamento possibile a partire da ogni momento, il solo saperlo mi basta e mi attira.
Scritto il 29 marzo 2010 alle 22:30 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Hermann Oberth (uno dei pionieri dell'astronautica, se non ricordo male) si dibatteva, febbricitante, nel suo letto, ritornando, tra sogni e dormiveglia, al romanzo che stava leggendo: dalla terra alla luna, di Verne. Non lo convinceva affatto quel cannone che spara il razzo come un proiettile. Qualcosa lo deve guidare e accompagnare nel viaggio, un motore, un sistema di propulsione e direzionamento. Aveva ragione, come dimostrarono le alterne fortune dell'astronautica.
Il calcio d'inizio non funziona. Mai.
Non funziona negli incubatori di start-up d'impresa. Terminato il periodo nel nido, molte di queste brillanti nuove imprese chiudono rapidamente. E quelle che non chiudono probabilmente sarebbero sopravvissute anche senza supporto iniziale.
E non funziona nel sistema formativo. Se la responsabilità della struttura didattica termina il giorno dell'esame, lo scollamento con la realtà resta tale da indurre le organizzazioni lavorative a ritenere il neodiplomato o laureato un semilavorato grezzo, acerbo per il lavoro, di fatto ancora da formare (come dimostrano le offerte di lavoro "minimo n anni di esperienza").
La soluzione di continuità tra partenza e cammino, rodaggio e normalizzazione, genera disastri. Occorre inserire correttamente il nuovo elemento nel sistema, e controllarne nel tempo la compatibilità. Questo deve essere il principio ispiratore nell'avviamento di nuove professionalità, risorse e organizzazioni.
Scritto il 16 gennaio 2010 alle 16:56 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Detesto quel tipo di sogno: ho una meta e un orario da rispettare, mi metto in marcia ma un'infinità di problemi, intoppi e deviazioni rallentano il cammino, mi sveglio stressato e irritato, un senso di impotenza, di prigionia soffocante condiziona la giornata. Un altro tipo, la caduta nel vuoto, o l'accelerazione improvvisa e mozzafiato, invece mi terrorizza, assomiglia maggiormente all'incubo.
Prediligo un terzo tipo, che pure dovrebbe angustiarmi: sono in fuga da qualcuno o qualcosa, o da moltitudini di nemici. Cerco luoghi nascosti, scappo, corro, qualche volta sono stato catturato perché non riuscivo a correre, ma il più delle volte la fuga ha successo, e mi sveglio inebriato di una felicità che non appartiene a questo mondo.
Ecco il punto: l'esistenza del sogno, non meno reale della veglia (come Shakespeare suggerisce attraverso Prospero nella Tempesta, e come Borges non perde occasione di ribadire) non è chiusa negli stessi confini imperforabili e tetri, non si illude della propria unicità, non assomiglia alla casella più brutta e cieca del gioco dell'oca (un giorno linkerò su questo blog il mio racconto lungo, "Sonno interrotto", che cito inevitabilmente e implicitamente in ogni post). No, l'esistenza del sogno spazia liberamente su innumerevoli piani, e ciò che ci giunge attraversando eroicamente i confini della veglia è solo un vaghissimo ricordo di questa libertà, nebbioso ma importante, l'unico appiglio per iniziare la vera esplorazione.
Altrove, sono un uomo in fuga, una fuga di liberazione, caratterizzata dal successo e da un felice senso di precarietà che impreziosisce ogni istante. Perchè fuggo, e da cosa, non mi è dato sapere, finché non riesco ad allargare la breccia tra sonno e veglia, al punto da non essere più riparabile. Allora, avrò compiuto il passo più importante: la mia consapevolezza non conoscerà alcuna soluzione di continuità.
Scritto il 05 gennaio 2010 alle 00:13 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Si potrebbe osservare, scorrendo questo blog, l'appartenenza di tutti i post alla medesima categoria: Dal profondo. Scelta che irride all'esistenza stessa delle categorie, denunciandone la complicata inutilità. Ma per qualche post la scelta è indiscutibile, come in questo caso.
Che cosa è la comunicazione verticale? Niente che abbia a vedere con il marketing o amenità del genere. Partiamo da un'altra domanda: come immaginiamo i fantasmi, i mostri, gli extraterrestri? Inquietanti o spaventosi, ma come noi. Ovvero, all'incirca delle nostre dimensioni (poco più grandi i Godzilla e i King Kong) esseri con cui possiamo rapportarci, a parte forse alcuni racconti dell'orrore in cui un microorganismo ingloba gli elementi circostanti e si moltiplica, passando dall'invisibile all'immenso.
Difficile pensare di dialogare con consapevolezze il cui veicolo è un batterio o un pianeta. Ma mi pare di intuire che qualcuno ha provato, e prova, a spezzare anche questo confine che ci relega alla comunicazione orizzontale, con esseri reali o immaginari a portata della nostra percezione, quindi della dimensione del nostro corpo.
E' possibile incrinare la barriera della nostra dimensione, per sciogliere la nostra consapevolezza in quelle miriadi di vibrazioni che forse collaborano senza saperlo, o viceversa comprendere l'analoga e rovesciata situazione per cui altro non siamo che minime vibrazioni della consapevolezza di un organismo che chiamiamo Terra? E questa barriera è condivisa dagli altri livelli, oppure i batteri comunicano consapevolmente con il pianeta, e noi, grotteschi mangiatori di frutti proibiti, apparteniamo all'unico livello chiuso in se stesso e incapace di uscire dal proprio guscio, quella casella sfortunata che blocca i viaggiatori nel gioco dell'oca?
Salvo, naturalmente, recuperare ben più ampie facoltà interlocutorie nel tempo del sogno, e dimenticarle nell'attimo doloroso e sorprendente del risveglio. Credo e spero che mi venga concessa qualche altra scoperta in questo senso, sempre che io sia in grado di mantenere lucido l'anello che mi può collegare al sapere (mantenere lucidi gli anelli non è la mia specialità, come sa il mio unico lettore).
Scritto il 18 dicembre 2009 alle 23:00 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Se i miei ricordi di analisi matematica non mi tradiscono, i punti di flesso sono i luoghi, nel disegno delle funzioni sul piano cartesiano, in cui le concavità delle curve si invertono. Non sono luoghi di cambiamento repentino e traumatico di direzione, non sono angoli più o meno acuti, e neppure i punti di culmine di una parabola, ma punti in cui si concretizza la variazione di tendenza. Fondamentali, nella nostra cultura, e credo che il loro valore abbia un'origine prevalentemente estetica.
Lo schema più ripetuto nel cinema è questo: una situazione di complica fino a un punto di profonda crisi, e in quel momento un fatto, o una azione, iniziano a invertire la tendenza, che approda al lieto fine. Nella lotta tra buoni e cattivi questa è la regola (fanno eccezione alcuni spaghetti-western in cui i buoni esibiscono pigramente la loro superiorità fin dall'inizio), ma l'invenzione è leggermente anteriore: il dolore di Achille per la perdita di Patroclo incide irreversibilmente sulla guerra di Troia, la breve frase mormorata da Lucia sul perdono è un colpo di maglio nella mente dell'Innominato, il quale decide in un attimo il cambiamento che rivoluzionerà, nel bene e nel male, le esistenze dei protagonisti della vicenda dei Promessi sposi, e anche il vecchio Bardo gioca spesso, da par suo, con i punti di flesso (mi pare di vederne due nella storia di Macbeth, uno dal bene al male, uno dall'ambizione alla disperazione).
Anche nella realtà compaiono questi punti: penso alla storia degli straccioni di Valmy, o alla battaglia delle Midway nella guerra del Pacifico tra States e Giappone. Ma più raramente. Capita spesso di sognare flessi che non si realizzano mai. Perché a determinare il flesso è la pervicacia, il non arrendersi mai, carattere umano tanto efficace e bello (ecco il valore estetico) quanto raro. E certamente non mio, come ho già avuto occasione di ammettere: combatterò mai una battaglia fino alla fine? O continuerò a dare per perse gare apertissime, salvo stupirmi ancora del successo di chi, testardamente e contro i miei pronostici, continua a lottare fino alla fine?
La mia predilezione per le vittorie facili e la pigra superiorità nasconde paure ancestrali o un'indolenza fine a se stessa? Pure, non sono immune al fascino dei punti di flesso, nessuno lo è. Ma flessi derivanti da un impegno trascinato, o casuale, o dalla contaminazione di storie diverse, non dalla pervicacia del vero combattente.
Non sono sicuro di essere sulla strada sbagliata, tornerò sull'argomento del combattere, e sul valore transitivo o intransitivo dei verbi vincere e perdere.
Scritto il 24 novembre 2009 alle 00:07 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Dice Don Juan, da qualche parte nell'opera castanediana, mi pare convenendo con Don Genaro, che la conoscenza sciamanica è riconducibile, in definitiva, all'uso consapevole dello sguardo. Gli occhi, non solo specchio dell'anima ma arma insostenibile, bussola del proprio orientamento, leva di manipolazione della realtà. Allo spostamento dello sguardo, in parole povere, corrisponde il cambiamento di configurazione del nostro animo, e della sua influenza esterna.
Provare per credere. Ho fissato un oggetto a qualche passo di distanza, senza interesse, solamente per controllare i miei occhi. Vibrano, compiono micromovimenti di distacco e distrazione dello sguardo, quasi non volessero affrontare, o sostenere, troppo a lungo il rapporto con il reale, quasi tentassero di fuggire. Fermare lo guardo è competenza dei guerrieri esperti nell'arte dell'agguato: immobilizzano la loro configurazione, inamovibili come rocce, perseguono tenacemente il loro obiettivo, catturano l'oggetto osservato. I sognatori si muovono con maggiore elasticità tra piani diversi di interpretazione del reale, ma non fissano la loro configurazione, sfiorano tutto ma non catturano niente.
Decidere del grado di stabilità del proprio sguardo, a seconda delle situazioni, è un risultato straordinario ma richiede un duro allenamento. E comporta, come tutti i risultati straordinari, il rischio di un compiacimento autolesionista. Questo è il demone della superbia, potentissimo ma tanto ben conosciuto da non farmi più molta paura. Anche la superbia può essere fissata a occhi fermi.
Scritto il 17 novembre 2009 alle 01:17 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Sospetto che siamo qui per imparare qualcosa. L'ho già detto. Ma che cosa, per quanto mi riguarda?
Forse oggi ho iniziato a intuire. Perdere. Accettare la sconfitta. Ecco il punto. Sono tanto poco disposto a perdere, da preferire la resa preventiva al combattimento, anche quando le possibilità di vittoria sono concrete. Solo le battaglie vinte in partenza mi aggradano. E invidio sinceramente chi non molla mai, neppure le guerre perse in partenza, chi combatte fino a un attimo dopo la morte. Quante volte ho visto questa perseveranza ribaltare sorti segnate in partenza, quante volte l'ultimo lumicino di speranza si è trasformato, davanti alla mia incredulità, nella luce abbagliante della vittoria. Ma è sempre beneficio di altri, personaggi più duri, più solidi, più forti di me: io abbandono appena la luce della vittoria si vela della minima ombra, appena la situazione accenna a virare, al primo segnale negativo, quasi stessi attendendo una scusa per non cogliere quella vittoria che contemplo a portata di mano, senza decidermi ad allungare il braccio per afferrarla.
Curioso, il punto a cui mi ha portato il testo: non so perdere e non so vincere. I due risultati sono facce della stessa moneta, non ha alcuna importanza da che parte cade (il caso, o la volontà insondabile, incide molto), l'importante è combattere con tutte le proprie forze, giocare tutte le carte, impegnare tutti i talenti. Anche Gesù lo dice, nella parabola dei talenti. Esattamente ciò che io non faccio, non ho mai fatto, per paura di perdere, e di vincere. Che guerriero sono?
Ridicolo. Ricordo due lapidi di Spoon River. Homer Clapp, disperato perché la vita l'ha trattato da buffone, e solo la morte gli ha restituito la dignità di uomo, e George Gray, che contempla l'immagine della nave con le vele ammainate e riconosce la propria vita, passata nella paura di alzare le vele. Il primo ha perso tutte le battaglie, il secondo non ne ha combattuta una.
Sono qui per imparare a correre il rischio di essere Homer, per ora sono George, e temo di non ricordare più dove ho sepolto i miei talenti, o di non fare in tempo a dissepellirli, o di ritrovarli marci. Non merito nessuna pietà, ma essere consapevole è il primo passo per imparare.
Un'ultima cosa: che succede quando la lezione è appresa? Lo so, e penso ridendo che non ho poi così fretta di imparare.
Scritto il 17 novembre 2009 alle 00:05 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Sun Wukong, lo scimmiotto del Viaggio ad occidente di Wu Chengen, si getta senza un attimo di riflessione oltre le cascate della Grotta del Sipario d'Acqua (così mi pare di ricordare), all'inizio delle sue vicende, guardato con stupore da un popolo che fantasticava e paventava da sempre il mistero di quel passaggio. Senza un attimo di riflessione, come Alessandro a Gordio, come avrebbe dovuto procedere K davanti alle Porte della Legge ignorando il guardiano, come i giocatori d'azzardo che non hanno più nulla da perdere, come consiglia Gesu al ricco che lo vuole seguire: getta il cuore oltre il tuo ostacolo, rompi senza pietà i tuoi legami, abbandona tutto, liberati da tutto.
Perché il Cielo ama tanto chi si comporta con il loro allegro trasporto? Intravedo in questo comportamento una parentela con la meditazione. La preghiera intima implica il distacco dal labirinto di pensieri mondani, il rivolgere gli occhi in una diversa direzione, il lucidare l'anello che congiunge a una realtà superiore. Una decisione dura e adamantina ne sigla l'inizio, una decisione permeata di forza violenta come la lama che trancia il nodo, come il salto oltre il confine dell'ignoto.
La meditazione richiede coraggio. Meglio: allegro trasporto.
Scritto il 26 ottobre 2009 alle 23:56 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Parliamo di reti. E conseguentemente della società umana: per chi non lo sapesse, ricordiamo come l'uomo sia sopravvissuto alla temperie della storia, e della preistoria, grazie alla sua capacità di fare rete, di comunicare e collaborare, non certamente grazie ai pollici opponibili o alla presunzione di qualche genio incompreso.
Leggevo, in uno dei tanti sciocchezzai quotidiani, la seguente amenità in merito alla difficoltà di impostare una riforma sanitaria negli States (riporto approssimativamente): "ci si dimentica che negli USA non predomina il solidarismo sociale ma la libertà individuale". Dove sta la sciocchezza? Non vi sono dubbi: nella "libertà individuale", formula trita e vuota che allude a una ipocrisia. L'abuso della parola "libertà" fatica a nascondere le infinite forme di oppressione e condizionamento a cui siamo sottoposti, ma non è questo il fondamento dell'accusa. il solidarismo sociale consiste essenzialmente nella ricerca di soluzioni migliorative per l'intera popolazione: utopistico o impregnato di livore, questo è l'obiettivo. Il suo contraltare non è una idilliaca libertà individuale capace di superare i problemi autocelebrandosi, e allargando le braccia davanti al necessario darwinismo sociale. No, anzi, il contraltare è il vecchio nemico della libera competizione, il mostro atavico tanto forte da ucciderla, imbalsamarla e usarla come fantoccio da esibire davanti al pubblico beota. E' il lobbysmo, o dovremmo chiamarlo corporativismo, una modalità di affrontare i problemi sociali che non punta a ricercare soluzioni generalmente migliorative, ma migliorative solo per il gruppo di appartenenza, indipendentemente o contro agli altri gruppi.
Intendiamoci: la divisione teorica tra reti intersolidali e reti interostili non è la lotta tra il bene e il male. La rete intersolidale non pare garantire la soluzione di alcun problema, e tende spesso a trasformarsi in rete interostile (se non lo è già in partenza): ciò fa parte della natura umana, e in questi paraggi si colloca il vero motivo della necessaria disfatta del socialismo reale. D'altronde la rete interostile tende o alla paralisi, se le sottoreti sono in equilibrio, o alla frantumazione, quando una sottorete si dilata inglobandone altre, poichè la forza conflittuale, che possiamo riassumere nel proverbio "mors tua vita mea", è maggiore della coesione interna alle sottoreti (usare la politica come esempio è davvero troppo facile).
Probabilmente i sistemi complessi, e in particolare i sistemi sociali, necessitano di riposizionarsi dinamicamente di continuo tra questi due stati, o modalità di sopravvivenza: l'ecumenismo e il settarismo. Ma detto, e accettato, questo, chiamiamo le cose con il loro nome. La frase corretta avrebbe dovuto essere "negli USA non predomina il solidarismo sociale ma il lobbysmo": perché vergognarsi della verità? Forse perché a livello culturale, e per motivi religiosi, la rete interostile, nei confronti della intersolidale, assumerebbe regolarmente il deprecato ruolo del "cattivo": ruolo inaccettabile, in un milieu culturale dominato dai film a lieto fine. Quindi, la si nasconde dietro alla parola "libertà", concetto buono e videogenico per eccellenza. Naturalmente non c'è più libertà nelle reti interostili nei confronti delle intersolidali, ma questa osservazione è già troppo complessa per un pubblico ammalato di tifoseria (un giorno parleremo anche di questo tema). Ecco la sciocca ipocrisia a cui s'inchinano molti osservatori e descrittori della società umana.
Scritto il 31 agosto 2009 alle 22:59 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
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