Un racconto di Borges narra di un prigioniero, in fondo a un pozzo, che riceve in dono di un potere infinito. Gli basta una parola per liberarsi della prigionia e dominare l'universo, ma lui non la pronuncia: non ne ha bisogno. Padre Kolbe, uscendo dal bunker del campo di concentramento per essere ucciso, sconvolge i suoi esecutori per la sua formidabile forza tranquilla e l'espressione estatica. Antonio il Grande, chiuso in una tomba, irride i demoni che lo attaccano. E ancora: eremiti che si chiudono in anfratti piccoli e oscuri, sciamani che si imbozzolano in capanne sudatorie, Aurobindo e la Mere immobili in una stanza per decenni.
Quando pensiamo alla divinità alziamo gli occhi al cielo, guardiamo spazi infiniti di libertà. Ma per ricevere il loro messaggio, per superare i nostri confini della percezione, ci dicono quelle esperienze, occorre separarsi dall'esterno, occorre un luogo minimo e chiuso. Forse non necessariamente la solitudine, ma il distacco è indispensabile per favorire il contatto con realtà separate.
"Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito" (Giovanni 3,versetto 8). Per poter comunicare con quelle che lei chiama "realtà separate" bisogna aprire una serratura con due mandate: solo una di queste possiamo aprirla noi. L'incontro con esse può esser certo favorito dal distacco, dal silenzio e dalla meditazione... ma questo è solo il passo successivo, dopo che il primo contatto è avvenuto.
Scritto da: accionderocio | 29 novembre 2011 a 22:57