Ah, si, lucidare l'anello. Per averlo lucido occorre lucidarlo. Grande intuizione (davvero, non è ironia).
Ma... ho eseguito? In verità, no. O non molto. Mi sono arenato in una situazione ripetuta: la consapevolezza che si trasforma in pigra osservazione. Un largo ostacolo separa il comprendere che cosa si dovrebbe fare dal farlo.
Poi, mi viene più facile dire che, da introverso, accumulo energia nella solitudine e la consumo, rapidamente, nelle relazioni, specie nei bagni di folla (una decina di persone è una folla).
Vero, ma la cura abituale delle relazioni sociali non è lucidatura dell'anello. Potrei dire, da bravo cristiano, che non è carità. Non è alludere direttamente al rapporto mentre lo si vive, non è porlo al centro dell'attenzione dei due, o pochi, interlocutori.
La socialità è una condizione, credo, sterile per tutti, e stancante per molti, anche se tanto abituale e invadente da divenire il centro significativo della vita. Errore drammatico. Quanti, davanti alla percezione di non essere ciò che vorrebbero essere, di non occupare il loro posto preferito nel contesto sociale, di avere perso le occasioni migliori e il tempo più propizio, crollano in depressioni incurabili.
Gli eremiti non corrono questo pericolo, ma rischiano la sterilità, e anche questa può generare una sofferenza esistenziale.
Carità. Lucidare l'anello che congiunge noi agli altri e al senso. Azione ben diversa dall'indulgere in chiacchiere o voltare le spalle. Mi pare di capire che la strada è ancora lunga, la pigrizia ancora forte e la lucidità ancora insufficiente. I doni di consapevolezza svaniscono in assenza di ascesi, convinciti.
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