... con più rabbia in corpo, canta Guccini a proposito di una lontana vicenda liberamente interpretata. Non con più rabbia in corpo (non ne ho motivo, grazie al Cielo), con più stupore, quello stesso stupore che ho provato qualche volta nell'avvertire chiaramente le coordinate in cui sono collocato, ad esempio nel vedere un luogo dall'alto. Sono a cavallo di un tempo particolare, oggi. Compio cinquant'anni. Il 29 marzo 2010. Pensavo che non sarebbe mai arrivato il mio quarantesimo compleanno, manca ancora un secolo, pensavo, ma quando mai diventerò vecchio?
Eppure, non mi sento più profondo, né tantomeno più placato di quando avevo vent'anni, forse un po' meno incerto su alcune decisioni, o forse molto meno incerto, ma il mio labirinto di pensieri non è cambiato di molto, e ancor meno è cambiato il modo di percorrerlo.
Più consapevolezza, quasi solo teorica. E questa strana incredulità del tempo passato: ho fatto troppo poco, sono successe troppe poche cose, o più semplicemente è rimasta inalterata, ecco il vero pugnale piantato nella schiena, è rimasta inalterata la distanza tra gli eventi e l'immaginazione. Nulla si è mai avverato, tranne il non desiderato.
Questo mi impedisce di credere al numero di anni, tutto deve ancora iniziare. Perciò, leggendo di "un cinquantenne" (potrei quasi dire di "un anziano") in una cronaca qualsiasi, mi immagino qualcuno molto più vecchio di me. Qualcuno già ben immerso nel guado, che sa di essere oltre la metà. No, non io, sto ancora giocando, come quella signora che scrive nel suo diario "compio novantadue anni? no, vi sbagliate, ne ho sedici".
Temo che da questa condizione si passi alla sensazione che tutto sia già finito, in un solo attimo. Un evento terribile, o forse solo uno sguardo distratto al lunario, e l'inizio ritardato si trasforma in fine repentina. In mezzo nulla.
So anche che non è vero, se ricapitolo la mia vita (la mia memoria è ordinata, allenata da sempre, a tratti formidabile) ricordo persone, parole, fatti di una esistenza lunghissima, ma resta quel punto: eventi vissuti e ricordati come preparatori, la realtà deve ancora venire, per ora si crogiola nell'immaginazione. E invece non erano preparatori, erano i fatti. Non c'è altro: oppure si, ma è immaginazione, vita parallela senza contatti.
So di persone che non hanno vite parallele - concentrati su questa, si addestrano con rigore, dedizione e continuità, e raggiungono risultati straordinari. Ma non so se li invidio.
Ho cinquant'anni. Un'unica consapevolezza mi salva dalla malinconia di queste considerazioni (che non diventa depressione, ma è malinconia): di notte, complice il sonno, travalico con allegro trasporto il confine, e molte mattine avverto nitido l'umore libero e felice dell'evaso che se la ride della prigione. Questo dibattersi insoddisfatto e pavido è circondato, proprio circondato (il vecchio bardo aveva ragione) dal sonno, ricco, vivace, illimitato. Lasciare aperta la porta, cambiare o spostare il proprio veicolo, corpo fisico o altro che sia, abituarsi al viaggio, leggeri, al punto di non discernere i sonni dalla loro graziosa sorella, e seppellire il fardello delle convinzioni ignoranti con una risata. Un allenamento possibile a partire da ogni momento, il solo saperlo mi basta e mi attira.
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