Detesto quel tipo di sogno: ho una meta e un orario da rispettare, mi metto in marcia ma un'infinità di problemi, intoppi e deviazioni rallentano il cammino, mi sveglio stressato e irritato, un senso di impotenza, di prigionia soffocante condiziona la giornata. Un altro tipo, la caduta nel vuoto, o l'accelerazione improvvisa e mozzafiato, invece mi terrorizza, assomiglia maggiormente all'incubo.
Prediligo un terzo tipo, che pure dovrebbe angustiarmi: sono in fuga da qualcuno o qualcosa, o da moltitudini di nemici. Cerco luoghi nascosti, scappo, corro, qualche volta sono stato catturato perché non riuscivo a correre, ma il più delle volte la fuga ha successo, e mi sveglio inebriato di una felicità che non appartiene a questo mondo.
Ecco il punto: l'esistenza del sogno, non meno reale della veglia (come Shakespeare suggerisce attraverso Prospero nella Tempesta, e come Borges non perde occasione di ribadire) non è chiusa negli stessi confini imperforabili e tetri, non si illude della propria unicità, non assomiglia alla casella più brutta e cieca del gioco dell'oca (un giorno linkerò su questo blog il mio racconto lungo, "Sonno interrotto", che cito inevitabilmente e implicitamente in ogni post). No, l'esistenza del sogno spazia liberamente su innumerevoli piani, e ciò che ci giunge attraversando eroicamente i confini della veglia è solo un vaghissimo ricordo di questa libertà, nebbioso ma importante, l'unico appiglio per iniziare la vera esplorazione.
Altrove, sono un uomo in fuga, una fuga di liberazione, caratterizzata dal successo e da un felice senso di precarietà che impreziosisce ogni istante. Perchè fuggo, e da cosa, non mi è dato sapere, finché non riesco ad allargare la breccia tra sonno e veglia, al punto da non essere più riparabile. Allora, avrò compiuto il passo più importante: la mia consapevolezza non conoscerà alcuna soluzione di continuità.
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