Sospetto che siamo qui per imparare qualcosa. L'ho già detto. Ma che cosa, per quanto mi riguarda?
Forse oggi ho iniziato a intuire. Perdere. Accettare la sconfitta. Ecco il punto. Sono tanto poco disposto a perdere, da preferire la resa preventiva al combattimento, anche quando le possibilità di vittoria sono concrete. Solo le battaglie vinte in partenza mi aggradano. E invidio sinceramente chi non molla mai, neppure le guerre perse in partenza, chi combatte fino a un attimo dopo la morte. Quante volte ho visto questa perseveranza ribaltare sorti segnate in partenza, quante volte l'ultimo lumicino di speranza si è trasformato, davanti alla mia incredulità, nella luce abbagliante della vittoria. Ma è sempre beneficio di altri, personaggi più duri, più solidi, più forti di me: io abbandono appena la luce della vittoria si vela della minima ombra, appena la situazione accenna a virare, al primo segnale negativo, quasi stessi attendendo una scusa per non cogliere quella vittoria che contemplo a portata di mano, senza decidermi ad allungare il braccio per afferrarla.
Curioso, il punto a cui mi ha portato il testo: non so perdere e non so vincere. I due risultati sono facce della stessa moneta, non ha alcuna importanza da che parte cade (il caso, o la volontà insondabile, incide molto), l'importante è combattere con tutte le proprie forze, giocare tutte le carte, impegnare tutti i talenti. Anche Gesù lo dice, nella parabola dei talenti. Esattamente ciò che io non faccio, non ho mai fatto, per paura di perdere, e di vincere. Che guerriero sono?
Ridicolo. Ricordo due lapidi di Spoon River. Homer Clapp, disperato perché la vita l'ha trattato da buffone, e solo la morte gli ha restituito la dignità di uomo, e George Gray, che contempla l'immagine della nave con le vele ammainate e riconosce la propria vita, passata nella paura di alzare le vele. Il primo ha perso tutte le battaglie, il secondo non ne ha combattuta una.
Sono qui per imparare a correre il rischio di essere Homer, per ora sono George, e temo di non ricordare più dove ho sepolto i miei talenti, o di non fare in tempo a dissepellirli, o di ritrovarli marci. Non merito nessuna pietà, ma essere consapevole è il primo passo per imparare.
Un'ultima cosa: che succede quando la lezione è appresa? Lo so, e penso ridendo che non ho poi così fretta di imparare.
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