Dice Don Juan, da qualche parte nell'opera castanediana, mi pare convenendo con Don Genaro, che la conoscenza sciamanica è riconducibile, in definitiva, all'uso consapevole dello sguardo. Gli occhi, non solo specchio dell'anima ma arma insostenibile, bussola del proprio orientamento, leva di manipolazione della realtà. Allo spostamento dello sguardo, in parole povere, corrisponde il cambiamento di configurazione del nostro animo, e della sua influenza esterna.
Provare per credere. Ho fissato un oggetto a qualche passo di distanza, senza interesse, solamente per controllare i miei occhi. Vibrano, compiono micromovimenti di distacco e distrazione dello sguardo, quasi non volessero affrontare, o sostenere, troppo a lungo il rapporto con il reale, quasi tentassero di fuggire. Fermare lo guardo è competenza dei guerrieri esperti nell'arte dell'agguato: immobilizzano la loro configurazione, inamovibili come rocce, perseguono tenacemente il loro obiettivo, catturano l'oggetto osservato. I sognatori si muovono con maggiore elasticità tra piani diversi di interpretazione del reale, ma non fissano la loro configurazione, sfiorano tutto ma non catturano niente.
Decidere del grado di stabilità del proprio sguardo, a seconda delle situazioni, è un risultato straordinario ma richiede un duro allenamento. E comporta, come tutti i risultati straordinari, il rischio di un compiacimento autolesionista. Questo è il demone della superbia, potentissimo ma tanto ben conosciuto da non farmi più molta paura. Anche la superbia può essere fissata a occhi fermi.
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