Dove si dirige il nostro sguardo, quando alziamo gli occhi di notte? E quando osserviamo un acquario molto abitato, o una carta geografica, o una mappa dinamica? O un qualsiasi insieme disordinato, o apparentemente disordinato, di oggetti? Si dirige dove gli oggetti si addensano, dove la luce è più intensa, le mappe sono più fitte, dove si concentrano i branchi di pesci.
Il centro della mappa, o i centri, catalizzano la nostra attenzione. Guardiamo le capitali, tendiamo spesso ad avvicinarle per tanti motivi, la loro posizione centrale è tale anche nei nostri pensieri e discorsi. Da qui aspettiamo le novità, i cambiamenti, e le capitali non ci deludono, il tempo corre più in fretta dove si concentrano più elementi, persone, idee, innovazioni, proposte, mode... è veramente così?
No.
Le periferie non sono meno importanti dei centri, e le zone di confine sono fondamentali nell'evolversi degli avvenimenti. Il tempo più dilatato e la maggiore instabilità sembrano allontanare i bordi della rete dal fervore della vita, relegandoli in uno stato vegetativo precario, debole e sonnacchioso, ma è un'impressione falsa. Tempo dilatato significa, se opportunamente usato, riflessione più profonda, e anche la minore complessità di queste zone rade favorisce la penetrazione più acuta (Poe, negli Assassini di Rue Morgue, afferma correttamente che la dama è un gioco infinitamente meno complesso degli scacchi, ma non meno profondo). Maggiore instabilità significa paura, contatto con la ruvida radice dell'esistenza, obbligo alla cautela e all'elasticità nel recepire e adattarsi al mutare delle condizioni. La capitale tende a consolidare, la frontiera non immagina neppure di poterlo fare.
Quindi, nelle zone di confine sorgono le maggiori opportunità di originare il cambiamento profondo, che avviene quando la combinazione tra un nuovo ed efficace adattamento e una condizione implosiva del centro genera una massa critica che si espande nelle periferie.
Il difficile e lento trapasso tra due lingue e tra due sistemi sociali ed economici segue questo modello. Mentre assistiamo al collasso di un mondo, non ci accorgiamo dei segni che presentano il successivo, sono invisibili agli schemi precedenti. Guccini canta questa amara impressione in Bisanzio. Attendiamo pazientemente il senno di poi, unica e poco utile risorsa.
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