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Pugno, ergo sum

Questa è la condizione normale per moltitudini di folli, questo è il più nemico dei pensieri. Identificarsi in una parte, in un gruppo diverso e contrapposto a un altro o ad altri. Di conseguenza, necessariamente, combattere. Neppure le religioni che più chiaramente condannano la violenza sono esentate dalla contaminazione di tifoserie violente. Non parliamo di politica, di economia, o di sport.
La radice di questo male corrode la nostra mente nascondendosi in strati profondi (del resto, è forse la più banale azione e copertura del nostro io). Esisto quindi devo combattere per dimostrare la mia esistenza, per obbligare altri fantasmi a confermarla a scapito della loro che io non voglio confermare (o forse lo voglio: allora la vera natura del combattimento è un mutuo accordo). Meglio: combatto, quindi esisto.
E se non combatto, se non mi riconosco come elemento di un gruppo, o intersezione tra alcuni gruppi, in antitesi ad altri, non so più chi sono. Non mi colloco più in una nervatura di relazioni. O forse, non comprendendo le nervature sottili, ho assoluto bisogno di essere connesso attraverso quelle grosse e chiaramente colorate: amici e nemici.
Questo reticolo così utile per riconoscerci, assolve brillantemente anche all'imperativo di intrappolare il nostro spirito, di circondarlo di oblio. L'ego sta applicando il terzo dei trentasei stratagemmi: ingannare il cielo e attraversare il mare. Fabbricare nemici per nascondersi, in qualità di unico vero nemico.

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