Ho un libro che si intitola "Ridere", un saggio sul significato e sull'importanza della risata sotto molti punti di vista (psicologico, sociale, medico eccetera), su come si creano le condizioni per generarne una, sui meccanismi che la attivano... non lo leggerò perché mi convincerebbe di cose di cui sono già convinto. E perché non mi farebbe ridere.
Se non sapessi che cosa è una risata, lo leggerei, ne intuirei l'importanza, mi arrovellerei nel tentativo di farmene una, magari emetterei urla gutturali per imitarne l'effetto sonoro descritto, ma, consapevole di non averne afferrato la natura, mi arrenderei alla frustrazione.
E forse una mano invisibile mi metterebbe in mano un altro libro, come "Tre uomini in barca" di J.K. Jerome, o un racconto di Benni, o "Le serate di Mulliner" di P.G. Wodehouse, e alla seconda pagina mi ritroverei piegato sulla poltrona a cercare di respirare trattenendomi lo stomaco, con le lacrime agli occhi e una incresciosa macchia sui pantaloni.
Ora, mi domando: l'ubriacatura di endorfine mi lascerebbe la lucidità sufficiente per capire che quella era una risata? Penso di si, magari non subito.
Mi interessano i sacri testi mistici, di tutte le religioni. Ripetono di abbandonare l'ego, di non contare sulla ragione in questa impresa, di interrompere il dialogo interno e distruggere schemi interpretativi, di concentrarsi sul qui e ora, di aprirsi alla grazia, e tante altre cose. Forniscono anche indicazioni pratiche di carattere ascetico, per allenarsi, come pronunciare "hahaha" per allenarsi a ridere.
Che nervoso, sapere che da qualche parte davanti ai miei occhi si nasconde (non si nasconde affatto) l'oggetto, o la condizione, o quel qualcosa che mi darebbe la spinta necessaria. Forse è nelle parole acuminate di Chao Chou?
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