La lingua italiana è ingannevole (e le altre no?), al punto di usare lo stesso termine per esprimere significati quasi opposti. La coerenza di chi razzola come predica è sinonimo di onestà intellettuale, la coerenza di chi non rimette in discussione il suo pensiero per venti o cent'anni è sinonimo di atrofia della mente, di presunzione e stupidità sedimentate a schiacciare idee fossili. E' davvero la virtù degli idioti citata da Scalfari, e stigmatizzata da un Fanfani lapidario: "solo i morti e gli imbecilli non cambiano mai idea".
Più eclatante ancora è l'equivoco della parola "preghiera". Pregare è sinonimo di chiedere con insistenza. Implorare, ripetere alla noia un desiderio con il tono servile di chi accetta l'umiliazione (contraria all'umiltà, poi ne riparliamo). Che c'entra con il pregare inteso come entrare in sintonia con il divino in noi e attorno a noi, che c'entra con la meditazione profonda, quello stato dell'essere fondato sul distacco dal desiderio e sul ridurre al silenzio i turbini della mente che oscurano lo spirito? Se l'azione di chiedere è una conseguenza del desiderare (e lo è, non mi impelagherò in questioni di lana caprina), la preghiera ne è il contrario. E tornando al tono servile, la propensione all'umiliazione, a umiliare l'inferiore ad ogni occasione e ad accettare di essere umiliati dal superiore, è il contrario dell'umiltà, definita perfettamente dalle parole di don Juan riportate da Castaneda: "umile è chi non si inginocchia davanti a nessuno e non permette che alcuno si inginocchi davanti a lui". Fatica, condividere riflessioni quando la lingua stessa ti gioca contro.
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