Cutting the paths
Veniamo al dunque: come togliere l'alimento al demone, quello che si nutre del mio pensare ed essere consapevole, quindi della mia energia, offrendomi in cambio piacevoli irrealtà? Parto da come agisce: a livello microstrutturale, organizzando percorsi di relazioni tra gli oggetti della memoria e del pensiero, in questo è bravissimo a operare nascosto e inafferrabile. E' la sua arte, e gli procura il companatico. Mi disegna una vita irreale e riesce a incatenarvi il mio tempo (troppo), creando chimere complesse, fatte di infinite elaborazioni di fatti, sensazioni, ricordi, desideri. In pratica, eccoci, tesse reti di relazioni tra questi oggetti, reti estendibili e deformabili fino all'ubriacatura (mia).
E quindi (come recito con studiata lentezza davanti allo specchio) il mio compito è spezzare le relazioni a una a una, frantumare le reti. Senza le quali non può pescare la mia consapevolezza.
Spesso mi sono chiesto qual è la missione che giustifica le performances del mio comprendonio: per le molteplici forme di successo sociale non è adatto (mancano diversi saperi, il fondamentale, che dovevo e dovrò acquisire, riguarda la nota lucidatura), e allora? Forse è il pensiero creativo e strategico per individuare un metodo, un percorso, di contrazione dell'ego attraverso il collasso delle costruzioni mentali dovuto alla distruzione del loro tessuto. Così, per il frantumarsi delle relazioni, è crollata la torre di Babele.
Qualcosa di nuovo devo inventare, non mantra e giaculatorie, né piante psicotrope o eccessi, qualcosa di diverso dalle tecniche yoga, vipassana, zen soto eccetera. E non ho abba né guru sottomano. Mi affascina la strada impervia dei koan e dei mondo zen, che lacerano senza pietà quelle concatenazioni dietro cui si nasconde con massimo agio il demone. No, qualcosa di meno impossibile. Un metodo.
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