Sono passati quattordici anni da quando ho pensato per la prima volta al disegno dello sfondo, al pattern. A fasi alterne l'intuizione si affina. La dominanza del disegno sugli elementi che lo popolano è un concetto difficile ma fondamentale. Non le idee che compongono un pensiero, ma il tipo di tessuto che le sottende è la caratteristica del pensiero stesso. La forma della gerarchia è l'essenza di un certo pensiero politico, la forma di un grafo fortemente polarizzato è forse la forma del suo opposto, anche se gli adepti spesso, innamorati del loro tifo e della loro aggregazione iniziale, non si accorgono di aderire forse al tessuto dell'altra sponda.
E poi il plot, non il tessuto del contesto, che pure cambia nel tempo, ma il disegno stesso del cambiamento, la forma del processo, come il pattern lo è del contesto. I collegamenti che si dipanano nel tempo, un tempo non sempre successivo e lineare, mentre nel pattern le relazioni si disegnano in uno spazio fisico, astratto, problemico, a sua volta non sempre segnato da un numero intero e piccolo di dimensioni.
Ha a che fare con il concetto di plot dell'esistenza, l'immagine borgesiana del vecchio che disegnando gli itinerari del suo peregrinare scopre la riproduzione delle rughe del suo volto. La forma di una procedura documentale rispecchia le contorsioni mentali del compositore e dello sfondo in cui si muove. il plot deriva dal pattern e lo influenza. Non ci porremo il quesito dell'uovo e della gallina. Pattern e plot incrociano e collegano spazi e tempi poco ligi alle nostre abitudini, e meglio così, se vogliamo risvegliarci dal torpore.
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