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Today

Il blog sonnecchia. Sono i pensieri a rallentare, rappresi in un circolo vizioso, o è la mano pigra che non si decide a pestare la tastiera, pur nell'impellenza di aggiungere carne al fuoco?. Mah, temo la prima, ma la seconda forse non è meglio.

Glissons (si dice così?). E celebriamo stasera l'ennesimo rito della pizza. Proporrei il seguente menu:
1 - Margherita di prammatica all'entrata (e stappiamo un lambrusco di Aurelio Bellei)
2 - Wurstel (lo so, si scrive con l'umplaut, non ho voglia di cercare il carattere!) per i giovani, con eventiale bis o tris in funzione del loro appetito
3 - Anticiperei una bianca delicata, magari con rucola o radicchietto se disponibile, e una spolveratina di pecoro
4 - Laura, eccoti la carciofina (qualche fungo qua e là)
5 - Finalmente una napoletana/romana con integrazione piccante (oli, salse)
6 - Brandeggiamo la scatoletta di tonno, Don Puppo? e tagliuzziamo una cipolla?
7 - Entrano in scena gorgonzola e salmone!
8 - Una seconda bianca meno delicata, florilegio di formaggi e magari un prosciuttino all'uscita
9 - Riprenderei le acciughe e i capperi, con un po' di cipolla...
10 - Santa Marinara, pesissima
... ad libitum... attendo commenti e integrazioni...

Pugno, ergo sum

Questa è la condizione normale per moltitudini di folli, questo è il più nemico dei pensieri. Identificarsi in una parte, in un gruppo diverso e contrapposto a un altro o ad altri. Di conseguenza, necessariamente, combattere. Neppure le religioni che più chiaramente condannano la violenza sono esentate dalla contaminazione di tifoserie violente. Non parliamo di politica, di economia, o di sport.
La radice di questo male corrode la nostra mente nascondendosi in strati profondi (del resto, è forse la più banale azione e copertura del nostro io). Esisto quindi devo combattere per dimostrare la mia esistenza, per obbligare altri fantasmi a confermarla a scapito della loro che io non voglio confermare (o forse lo voglio: allora la vera natura del combattimento è un mutuo accordo). Meglio: combatto, quindi esisto.
E se non combatto, se non mi riconosco come elemento di un gruppo, o intersezione tra alcuni gruppi, in antitesi ad altri, non so più chi sono. Non mi colloco più in una nervatura di relazioni. O forse, non comprendendo le nervature sottili, ho assoluto bisogno di essere connesso attraverso quelle grosse e chiaramente colorate: amici e nemici.
Questo reticolo così utile per riconoscerci, assolve brillantemente anche all'imperativo di intrappolare il nostro spirito, di circondarlo di oblio. L'ego sta applicando il terzo dei trentasei stratagemmi: ingannare il cielo e attraversare il mare. Fabbricare nemici per nascondersi, in qualità di unico vero nemico.

Telos

Forse nessuno crede in realtà possibile l'assenza di un telos, di un luogo verso cui si dirige l'essere: se davvero ce ne convincessimo, non una pulsione delle infinite, e in parte infinitamente buie, del nostro animo sarebbe contenibile. Vivremmo un irrefrenabile e terrificante presente, nella consapevolezza del nulla pronto a inghiottirci.
Che sia questa prospettiva orribile a indurci a inventare cosmogonie ed empirei, per dare sostanza alla speranza di un telos, o per nasconderne l'inconsistenza? Oppure è sufficiente zittire la voce lamentosa e impastata del nostro ego per accorgerci che non c'è altro che la Via, nella nostra natura, e che l'unico senso della nostra vita è acquistarne la consapevolezza?
Neppure per un attimo ho mai creduto possibile la mancanza di un telos: c'è dell'altro (quante volte l'ho scritto?) oltre l'arrabattarsi sconclusionato di quei palloncini suscettibili che chiamiamo ego, e oltre quella descrizione dell'universo che la scienza affina al punto di scoprire che è solo una descrizione.
Nulla ha senso, altrimenti, neppure l'argomentarne l'inesistenza.

Il figlio disperato del vecchio bardo

Non è il principe Amleto, mentre scopre il crimine della madre, né Lear nella bufera, cacciato dalle figlie, né Otello davanti al corpo inerte della moglie, a vivere il momento più disperato dell'opera di Shakespeare, né tantomeno l'irriducibile e impenitente Riccardo III che non trova un cavallo per fuggire, bensì Macbeth, solo e al termine della tragedia, quando pronuncia quelle parole terribili "la vita ... è una favola raccontata da un'idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla". Desidera, Macbeth, di non essere mai nato, desidera l'inesistenza di tutto.
Il motivo della sua disperazione (l'abisso in cui affonda in seguito al primo assassinio, un succedersi di porte che lo conducono in luoghi sempre più oscuri e soffocanti) è, pure nel suo orrore, una vicenda in cui sentiamo l'eco dell'animo umano, come in tutte le pagine del bardo inglese, ma un'altra considerazione ci suggerisce quell'ultimo monologo.
Una favola che non significa nulla. Siamo il risultato di uno sforzo teleologico compiuto da una colonia di batteri, molto tempo fa'? Che senso ha quindi (ho sentito questo discorso di recente) parlare di etica sociale, di etica del lavoro, di etica... se siamo solo strumenti momentanei di una consequenzialità la cui origine confina con il caso e il cui fine semplicemente non esiste?
No, ripeto e concordo con il conferenziere, c'è dell'altro, ma non è questo il punto.
Alan Watts dice che quelle parole sembrano pronunciate da un maestro zen, ma credo con una differenza sostanziale: questi, mentre le pronuncia, non è affatto disperato. Il punto è il significato della parola "vita". Il periodo fitto di vicende che si dipana dalla nascita alla morte è davvero una favola raccontata da un idiota, se guardata da un angolo esterno alla nostra descrizione del mondo. Ma il controllo della follia, di cui parla Don Juan, consiste proprio nel danzare all'interno di questo spazio di tempo, come se fosse l'universo, ben sapendo che è solo una visione, una casella del gioco dell'oca, un'isola un po' fuori mano.
Riveleranno le streghe a Macbeth, nell'istante in cui incontra la lama di McDuff, che si trattava di un gioco?

Bene, ora parliamo del confine

Ecco un bel problema. Tanto profondo da sfiorare la noia e il ridicolo, sempre in bilico tra assoluto e relativo, chiaro e sfumato nei contorni, e tanto sottile da insinuarsi in ogni fessura della nostra vita e della nostra mente. Il confine tra il bene e il male.
Bistrattato dalle vicende umane, ridisegnato e spostato miriadi di volte, tracciato nelle forme più disparate in tutti gli angoli del mondo ma presente ovunque, questo confine esiste, contrariamente al pensiero di chi iper-relativizza, ma non assomiglia al confine etico-sociale tra permesso e non permesso. Non assomiglia al codice penale di alcuna nazione e neppure ai dieci comandamenti, il cui scopo è prevalentemente connesso all'insegnamento dei modi della convivenza, o alle regole di cui tutte le religioni sono prodighe nei confronti delle popolazioni fedeli, quelle popolazioni che non possono superare lo stadio del seguire una regola, una parvenza di confine. Altro è il discorso diretto agli iniziati, quella riflessione profonda che fa supporre all'anonimo della Nube della non-conoscenza il nostro stupore, nel vedere quale feccia verrà chiamata in paradiso il giorno del Giudizio, e quali galantuomini verranno spediti con gelida indifferenza all'inferno. Qui, in questi paraggi, si trova la vera frontiera.
E come davanti a tutti i confini, ci chiediamo di che materia è fatta.
Meditazione. Preghiera. Tacitare l'ego. Seguire quei sentieri nascosti che portano all'esterno della nostra rete di pensieri, che ne rompono le maglie e ne sciolgono i nodi. Sempre le stesse parole, che si rincorrono alludendo a questo allenamento. Ma questa è la materia del confine, e da qui possiamo iniziare a comprenderne la vera collocazione. La quale non coincide con la regola dell'etica sociale. Non sono neppure frontiere parallele. Sono tracciate su linee reciprocamente indifferenti, e questo è stupefacente e forse atroce. Ma dall'anacoreta che prende la via del deserto dopo avere, con l'inconsapevole curiosità di un animale, squartato una donna incinta per comprendere il mistero che portava in grembo (sant'Apollo, mi pare di ricordare) all'innominato manzoniano che purifica in un attimo una vita deprecabile aprendo gli occhi e ricevendo la grazia dalle  parole semplici di Lucia, alle considerazioni su colpevoli e innocenti di Padre Brown, che non indaga esaminando la cenere dei sigari ma entrando nell'anima dei peccatori, gli indizi per capire qual è la vera differenza tra bene e male si moltiplicano nella nostra memoria. Basta osservarli con la giusta attenzione e dal giusto lato.
Non il comportamento sociale corretto, di certo apprezzabile e comunque istintivo per chi abbandona i desideri e le ambizioni mondane, ma l'esercizio della meditazione è l'essenza del territorio del bene, e il confine vero e preciso è la linea di separazione tra la preghiera e il non pregare.
E nella diversa percezione del confine tra bene e male si riflette la differenza tra seguire la via e circondarsi di una cornice di regole, tra nutrire la fede e abbracciare una religione.

filioque di lana caprina?

Lo spirito santo procede solo dal Padre o anche dal Figlio? Dispute, Concili, anatemi, scismi, questa faccenda non ha generato poco rumore negli ultimi millecinquecento anni (ultimi...). E detta così sembra una questione di lana caprina, una di quelle finezze teologiche comprensibili solo da monaci incartapecoriti. Ma osserviamola da un altro punto di vista. La Trinità non è propriamente un triangolo, è una struttura composta da due nodi e dalla relazione che li collega. Questa relazione ha un verso, o forse due, benché diversi, e al contempo si comporta da... nodo. Un mistero che assomiglia a qualche altro mistero già citato in questo blog. Qualcosa mi suggerisce che questo parallelismo non è ozioso, non è di lana caprina, come non lo è il filioque.

Ma quella condizione..

Cammino lungo un sentiero che parte davanti alla mia casa, mezz'ora o un'ora. Cammino piano e guardo punti imprecisi. Una cantilena, o un mantra. L'allegra indifferenza di un neonato. Nessun pensiero si allontana dall'attimo. Nulla è impossibile, tutto è meraviglia, panico, curiosità. Un limbo sospeso tra una gabbia difficile da lasciare e un'onda che tarda a travolgermi. La condizione straordinaria, quella a cui in tanti alludono, con i nomi di meditazione, preghiera, silenzio interiore, arresto del mondo. La fenditura che incontri appena muovi i primi veri passi. Conoscerla una prima volta, riconoscerla, gradualmente imparare ad accedervi, cercarla in ogni istante, ottenerla quando ogni angoscia è finita. Ma non solo allora arriva la luce: il semplice avvicinarsi a quella condizione genera luce, richiama cambiamenti, sconvolge il panorama circostante. Il più timido inizio viene riflesso anche dalle stelle più remote.

Hic!

Hic significa qui in latino. Ma è anche l'onomatopea del singhiozzo. Sto procedendo a singhiozzo. Mesi di silenzio e improvvise concentrazioni di post. So di essere un comunicatore pigro e scostante (spero meno incomprensibile di qualche anno fa'), ma c'è dell'altro.
Un blog visto in sequenza, e sequenza di nodi principali che rimandano a risposte e proseguimenti, è uno spreco di comunicazione. Di poco migliorata dalla divisione per categorie. Ben più economica nel valorizzare gli interventi sarebbe una strutturazione a mappa, che mostri pure (attraverso un gioco di colori) il rapporto con il tempo, ma che visualizzi gli interventi, principali o di risposta, come nodi che si relazionano secondo un tessuto tematico.
Il blog sta assumento dignità di oggetto letterario, come la poesia, il racconto, il romanzo. Che la assuma per intero, anche sotto il profilo della complessità strutturale e della possibilità di affrancarsi un po' di più dalla variabile tempo.

Se non è la montagna che va a ...

Credevo che gli archi fosser nodi.
Il comportamento delle relazioni in questo senso è ingannevole. Ricordo l'impressione strana che mi fece una frase in un libro, credo sulla mafia. "Io rispetto molto la Vostra amicizia con ..." Un tale non rispettava una persona o un'altra, ma l'amicizia tra le due. Il suo rispetto era una relazione tra lui e un'altra relazione. L'amicizia era relazione, quindi, ma anche estremità di una relazione, il rispetto. Un arco, e al contempo un nodo.
E invece no.
L'intuizione è ancora opaca, non suffragata da ragionamenti o richiami, se non il vedere fasci di fibre luminose secondo i brujos di Castaneda, ma non sono gli archi a essere tipi particolari di nodi. Sono i nodi a essere, in realtà e nella loro profonda natura, fasci o addensamenti di archi, relazioni circoscritte. Dovremo tornare sull'argomento.

Qual è il secondo passo?

Fermare il dialogo interno, e poi? Meditare, pregare, e poi? Placare i turbini mentali, e poi? Poi, la percezione di un altro universo, lo stato di grazia, l'estasi, non ci sono parole per descrivere, eccetera. Ma forse il nostro linguaggio e il nostro pensiero sono un po' più potenti di quanto lasci credere questa mistica incapacità di descrivere.
Una rete deve collassare perché ne emerga un'altra.
Oppure: distinguere i collegamenti interni alla rete superiore da quelli tra la superiore e l'inferiore, e percorrere i secondi. A questo, forse, mirano inizialmente la pulizia della ciotola zen, la confessione o l'inventario personale di Don Juan. Comunque: portare a galla un'altra rete, che intravediamo nei sogni (quelli profondi, non le visioni scomposte del dormiveglia) e che è molto più vasta e complessa della prima. E molto meno stretta e gelosa della nostra attenzione, sempre forse.
In questo consistono l'azione mistica e la magica, con le dovute differenze.

L'arte di camminare sui fili

Poche istruzioni per muoversi nella rete sociale.
Uno. Collegarsi alle reti è indispensabile, se siamo sopravvissuti alle temperie preistoriche non è grazie alle intuizioni anticipatrici di alcuni fenomeni, ma alla capacità di collaborare.
Due. Collegarsi a una rete costa. Sempre. In un modo o nell'altro (tempo, denaro, accettazione di regole...). Non esistono reti gratuite.
Tre. Occorre collegarsi a reti a cui ci si sente omogenei, altrimenti il prezzo da pagare è comunque troppo alto e alla lunga insostenibile.
Quattro. Più ci si avvicina al centro della rete e più se ne ottengono benefici. Quando si vegeta ai bordi il costo rischia spesso di risultare non conveniente.Scalefree_4
Cinque. L'avvicinarsi al centro della rete, o ai nodi significativi, richiede uno sforzo che non tutti possono fare e non tutti sanno fare correttamente. Camminare sui fili è un'arte.
Sei. Mai tagliarsi i ponti alle spalle. La tendenza di alcuni a non coltivare quest'arte e a uscire in modi irreversibili dalle reti è deleteria, costa molto e la si paga tutta.
Sette. Le reti sono elastiche, ma difficilmente reggono a lungo nodi troppo pesanti: leggerezza, nel cucire fili e nel percorrerli, understatement, ma c'è bisogno di dirlo?
Fine. Forse ho dimenticato qualcosa, ma già applicando correttamente queste istruzioni... non perdiamo tempo a rimuginare.

... e Poemen?

A proposito di padri del deserto.
Senza togliere nulla alle Upanishad, al Sutra del Loto e al Tao Te King, nelle religioni orientali sono tanti i testi significativi e conosciuti, studiati e commentati, libri di epoche diverse, forse di tutte le epoche. Dai Veda a Sankara a Maharshi, da Siddhartha a Bodhidharma a Huineng a Dogen si dipana un tesoro di scritti che i correligionari amano indistintamente.0827poemen02
E dalle nostre parti? Potremmo dire che non si parla mai abbastanza dei Vangeli, non si pensa mai abbastanza alle lettere degli Apostoli, però... quanti sono i cristiani che conoscono, o hanno anche solo sentito nominare dai loro ministri di culto, l'Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempen, la Nube della non conoscenza dell'anonimo inglese, le opere di Teresa d'Avila, Giovanni della Croce, Meister Eckart, e Tommaso d'Aquino, e prima Agostino, gli apoftegmi di Poemen e degli altri padri? E aggiungerei, se mi è concesso, Chesterton. Il rapporto tra la Bibbia e gli altri testi, nella nostra formazione religiosa, non ripete l'equilibrio riscontrabile in oriente: credo sia un errore, e non si risponda banalmente che non si può paragonare un libro ispirato da Dio agli scritti di volonterosi santi. Mi sembra di intravedere una propensione a tirarsi la zappa sui piedi.
Non saprei dire delle altre religioni di stampo giudaico, ma se il Corano è attributo di Dio, evidentemente si riproporrà la stessa situazione. Il risultato è un confine impervio da superare per chi intende allenarsi e percorrere la via e desidera beneficiare delle esperienze di chi ha seguito lo stesso cammino.

Il mio nemico a mezzogiorno

Akedia, questo è il suo nome greco, credo. Il demone del mezzogiorno, lo chiamavano i padri del deserto, il più infido nel proporre diversivi per allontanarli dal loro allenamento. Si schiera anche tra i vizi capitali, come accidia.
Lo conosco bene. "Mah, quasi quasi rimando... si, dopo... prima o poi inizierò ad allenarmi veramente... sono già due ore che sono qui, un attimo di sosta... che noia la chiacchiera, ma non ho altro da fare... adesso digerisco... aspetta, voglio ripensare a quella volta... chissà come sarebbe se... fammi viaggiare con la fantasia, no?...".
Istruzioni per il combattimento. Pare sia molto utile salmodiare e meditare, non abbiamo dubbi su questo. Anche tenere fermi gli occhi è utile. Ipnotizzarsi in una concentrazione rigorosa, in qualsiasi attività. Ricordiamo che è il demone più munifico di regali, bravissimo a gratificare l'ego di chi non cade nella sua tentazione. Doppiamente pericoloso, se cedi ti tiene in scacco, più ti crogioli e più ti tiene in un limbo insipido (senza sferzarti troppo, per non ottenere l'effetto contrario), e se ti ribelli e lo spazzi via trasforma il limbo in una reggia, offrendoti in pasto alla superbia.
Quanto è difficile allenarsi!

Sono due e vanno invertite

Si pensa, in genere, che ce ne sia una, inevitabile e opaca. Un solo muro oltre il quale è impossibile sbirciare, religioni a parte. E invece sono due. Blog95_2
La prima in ordine di tempo, ben conosciuta, è semplicemente il termine del funzionamento di un veicolo.S13death
La seconda è la frantumazione di pochi, ultimi barlumi di consapevolezza, i resti lasciati da un demone al termine del suo banchetto durato una vita. Perché questo è ciò che è avvenuto.

E questo è anche l'unico vero insegnamento: vanno invertite. Occorre spogliarsi per tempo di quei brandelli di consapevolezza, rovinare il banchetto al demone per cacciarlo, anche se cercherà di pagarlo meglio o di combattere con cattiveria per riprendersi il cibo.

Vanno invertite. Attorno a questo punto si intrecciano esperienze e metodi, prediche, storie  e sentieri, spesso inconsapevoli. Ma il punto, nitido, è questo.

Le siddhi di Faust

Il termine siddhi è sanscrito: definisce le facoltà che acquista l'asceta come side effect del suo allenamento. Pare siano un dono ingannevole per distrarlo dalla Via, gratificando il suo ego. Un dono demoniaco, quindi.
Ho avuto l'impressione di ricevere un piccolo regalo di questo genere, un mattino nel dormiveglia. Decido di impegnarmi in un esercizio di meditazione, ed ecco mi si presenta la risposta a un difficile problema su cui rimuginavo da tempo, un problema in quel momento lontanissimo dai miei pensieri.
Il demone non ti blandisce con regali se, gratuitamente, gli doni la consapevolezza crogiolandoti di continuo nel tuo dedalo di sogni e rivendicazioni. Si impegna di più se inizi a negarti, a decostruire la ragnatela di pensieri, che in sanscrito si chiama cittavrtti, letteralmente turbine mentale. Gli togli il suo cibo, gli rendi indigesta la tua consapevolezza, ed ecco che ti dona quelli che nei fumetti si chiamano superpoteri. Se prosegui nel combattimento, i doni si tramutano in botte e sofferenze, come testimonia Antonio del deserto, ma questa è un'altra storia.Faust
Faust non ha venduto l'anima al diavolo. L'anima è del diavolo in partenza, il battesimo segna l'inizio della battaglia contro il peccato originale, poi si prosegue per l'intera esistenza, e si termina quasi sempre con una sconfitta rovinosa.
Faust probabilmente ha scoperto la natura e l'attività del demone, il suo ego, ha compreso che cosa teme e ha iniziato a combatterlo, salvo rinunciare a fronte di un'offerta golosa in tema di siddhi. Faust ha scelto di non riprendersi l'anima. Tutti i mistici di tutte le religioni deprecano questa decisione, una ritirata davanti a una non impossibile vittoria, per un piatto di lenticchie. Questo è la magia nera: una scelta di cui è difficile dire se sia più vile o più sciocca.

Ha!

Ho un libro che si intitola "Ridere", un saggio sul significato e sull'importanza della risata sotto molti punti di vista (psicologico, sociale, medico eccetera), su come si creano le condizioni per generarne una, sui meccanismi che la attivano... non lo leggerò perché mi convincerebbe di cose di cui sono già convinto. E perché non mi farebbe ridere.Mascheraghignante_2

Se non sapessi che cosa è una risata, lo leggerei, ne intuirei l'importanza, mi arrovellerei nel tentativo di farmene una, magari emetterei urla gutturali per imitarne l'effetto sonoro descritto, ma, consapevole di non averne afferrato la natura, mi arrenderei alla frustrazione.

E forse una mano invisibile mi metterebbe in mano un altro libro, come "Tre uomini in barca" di J.K. Jerome, o un racconto di Benni, o "Le serate di Mulliner" di P.G. Wodehouse, e alla seconda pagina mi ritroverei piegato sulla poltrona a cercare di respirare trattenendomi lo stomaco, con le lacrime agli occhi e una incresciosa macchia sui pantaloni.

Ora, mi domando: l'ubriacatura di endorfine mi lascerebbe la lucidità sufficiente per capire che quella era una risata? Penso di si, magari non subito.

Mi interessano i sacri testi mistici, di tutte le religioni. Ripetono di abbandonare l'ego, di non contare sulla ragione in questa impresa, di interrompere il dialogo interno e distruggere schemi interpretativi, di concentrarsi sul qui e ora, di aprirsi alla grazia, e tante altre cose. Forniscono anche indicazioni pratiche di carattere ascetico, per allenarsi, come pronunciare "hahaha" per allenarsi a ridere.

Che nervoso, sapere che da qualche parte davanti ai miei occhi si nasconde (non si nasconde affatto) l'oggetto, o la condizione, o quel qualcosa che mi darebbe la spinta necessaria. Forse è nelle parole acuminate di Chao Chou?

Serrare le file!

In tempi di sbandamento, occorre serrare le file. E' vero in battaglia come nel progredire della società, è vero in qualsiasi vicenda umana. Ma che cosa significa "serrare le file"?
Significa intraprendere un cammino con decisione, in una direzione comune, aiutandosi senza essere indulgenti nei confronti di chi non si allena. Il cammino è impervio, e richiede un'allenamento rigoroso. E' assoluto, in senso etimologico: sciolto, libero, indipendente da relazioni con tempi e luoghi. Alcune regole vanno seguite lungo al cammino, se e finché servono, poi vengono abbandonate. Questa è la soluzione più solida, e richiamo l'attenzione sul termine greco che sta per "allenamento": askesis. Ascesi.
Oppure significa rivestire la truppa di una corazza di regole che ne rendano il comportamento omogeneo, controllabile, impermeabile ad attrattori ostili e, in definitiva, a prova di sbandamento. Non sono regole funzionali al cammino, perché il cammino è troppo minimalista e indulgente per andare oltre alle buone intenzioni, e dettare regole. Non sono neppure relative ai tempi e ai luoghi, perché non si possono lasciare margini di opinabilità. Sono assolute, perché il loro vero compito è surrogare il cammino stesso. Ma questa è una soluzione di ripiego. La corazza di regole non serve a difendere il cammino quando è intrapreso con decisione e consapevolezza, perché non ha nessun bisogno di essere difeso. Serve a nascondere il ventre molle di chi si attarda alla partenza, per pigrizia o indecisione. Le regole assolute opprimono, ma non richiedono l'allenamento e la concentrazione del cammino.
Un breve koan del Buddismo Zen per chiarire la differenza: maestro e adepto giungono camminando sulla riva del fiume, e incontrano una giovane impaurita all'idea di attraversarlo. Il maestro la prende in braccio e la porta sull'altra riva. Si salutano e proseguono per la loro strada. L'adepto, stupito dalla leggerezza con cui il maestro aveva violato la regola di non toccare donne, dopo mezz'ora di cammino si decide a chiedergli come aveva potuto prendere in braccio la giovane. Il maestro risponde "Ah, quella ragazza? Ma io l'ho deposta mezz'ora fa', sei tu che continui a portarla in braccio!".
Perfetto.

Equivoci

La lingua italiana è ingannevole (e le altre no?), al punto di usare lo stesso termine per esprimere significati quasi opposti. La coerenza di chi razzola come predica è sinonimo di onestà intellettuale, la coerenza di chi non rimette in discussione il suo pensiero per venti o cent'anni è sinonimo di atrofia della mente, di presunzione e stupidità sedimentate a schiacciare idee fossili. E' davvero la virtù degli idioti citata da Scalfari, e stigmatizzata da un Fanfani lapidario: "solo i morti e gli imbecilli non cambiano mai idea".
Più eclatante ancora è l'equivoco della parola "preghiera". Pregare è sinonimo di chiedere con insistenza. Implorare, ripetere alla noia un desiderio con il tono servile di chi accetta l'umiliazione (contraria all'umiltà, poi ne riparliamo). Che c'entra con il pregare inteso come entrare in sintonia con il divino in noi e attorno a noi, che c'entra con la meditazione profonda, quello stato dell'essere fondato sul distacco dal desiderio e sul ridurre al silenzio i turbini della mente che oscurano lo spirito? Se l'azione di chiedere è una conseguenza del desiderare (e lo è, non mi impelagherò in questioni di lana caprina), la preghiera ne è il contrario. E tornando al tono servile, la propensione all'umiliazione, a umiliare l'inferiore ad ogni  occasione e ad accettare di essere umiliati dal superiore, è il contrario dell'umiltà, definita perfettamente dalle parole di don Juan riportate da Castaneda: "umile è chi non si inginocchia davanti a nessuno e non permette che alcuno si inginocchi davanti a lui". Fatica, condividere riflessioni quando la lingua stessa ti gioca contro.

All'ultimo momento

Dichiaro apertamente di credere a quattro (4) dogmi in croce (è un modo di dire, non un'allusione iconoclasta): è figlio unigenito di Dio, partorito da Immacolata Concezione attraverso il diligente intervento dello Spirito Santo, è resuscitato e salito al cielo al termine di una intensa vicenda umana. Quindi ho fede, sono un bravo cristiano e cattolico e ora posso riprendere la partita di bowling, non scassatemi ulteriormente. No. Questa non si chiama fede.

Non mi esprimo su quanto è successo in Palestina duemila anni fa', né sul diritto di compulsare dogmi da parte della Chiesa, come di qualunque chiesa, ma affermo di sapere che cosa significa svegliarsi tutte le mattine e addormentarsi tutte le sere pensando alla Via che devo percorrere (dove arrivo arrivo), se non voglio sciogliermi nell'insensato e trovarmi all'ultimo momento a dire, tra miriadi di disgraziati (l'onesto pater familias, l'avventore professionista, la maliarda, il casanova di quartiere, il magnate, il clochard, il tifoso più becero, il maitre a penser, la suffragetta, quanti altri ancora..), "embe?". Questa tensione continua è la fede che intendono i locali Bodhisattva. O no? Vediamo almeno di concordare i termini.   

Com'è di sotto così è di sopra

La simmetria tra il modo di agire e i risultati è sorprendente. L'arte dell'agguato e dell'intento si fonda sul principio della magia: la concentrazione della volontà causa una carestia per i parassiti che banchettano con i nostri pensieri, disposti a regalarci tutto per evitare che si protragga.
Ma se si prosegue indifferenti a obiettivi e regali, se si combatte i parassiti non per piegarli ai nostri desideri ma per scacciarli e avvolgerci nello spirito, se a stanarli è un intento non magico ma mistico, allora possono adottare metodi diversi: Antonio, solo nel deserto egiziano, ne sapeva qualcosa.
Lo spirito contro i demoni: non è una lotta tra bene e male (categorie indecidibili e di scarso interesse), ma tra entità che seguono sentieri diversi e a tratti in contrapposizione, nient'altro.
Su questa strada occorre energia. Il controllo della respirazione, posizioni e movimenti di alcune discipline (arti marziali, yoga, danze rituali), esercizi della mente, aiutano lungo il sentiero, aiutano per via della simmetria tra le entità impercepibili (energia, spirito) e le entità di cui siamo percettivamente o interiormente consapevoli.

Tutti siamo maghi

L'influenza dei demoni sulle vicende umane è più sensibile di quanto pensavo. Anche la distillazione dell'intento attraverso un comportamento impeccabile ha lo stesso effetto, e sono due facce della stessa medaglia.
Cerco di essere sintetico. Lo sforzo puro, la concentrazione nel presente, l'applicazione integrale, rendono invulnerabile la consapevolezza. Il vantaggio dei demoni è la conoscenza chiara di questo semplice assunto, e su questa fondano la loro strategia (non dimentichiamo che si nutrono attraverso il nostro disordine mentale). Strategia: per evitare ogni esercizio di invulnerabilità che risvegli lo spirito (meditazioni, mantra, il lavoro attento, qualunque cosa arresti il dialogo interno e il rimestamento di passato e futuro), concedono quei doni, o poteri, che siamo disposti a concentrarci e lottare per avere.
Quindi, non sopporto l'impotenza nel risolvere certi problemi, e puntuale si rinnova il regalo della creatività, non sono altrettanto deciso nel lucidare le relazioni, e il tempo si snerva nelle complesse fantasticherie sostitutive del presente, monete con cui pago il regalo.
Ecco la magia: quando la volontà ferma il pensiero e lo fissa su un obiettivo, i demoni si affrettano ad aiutarci, per evitare prolungamenti del digiuno.
E che succede quando, consapevoli di ciò, impariamo a concentrare la volontà sugli obiettivi? Non siamo più schiavi dei nostri ospiti, ma ne diventiamo simbionti.
E se impariamo a fermare il disordine dei pensieri e basta, senza obiettivi? Scacciamo i nostri ospiti, come un deserto scaccia i nomadi, e siamo liberi.

Brujito

Un oggetto indispensabile nel sonno, a cui aggrapparsi (è appeso al polso) quando ci si rende conto di sognare. Lo stregoncino, "brujito" (si legge bruchito, ispanista degli stivali altrui!), stretto nella mano sinstra, aggancia la tua attenzione al sogno, muove la consapevolezza, tiene aperta la porta tra sonno e veglia. Permette di ricordare e di apprendere dallo stato più fecondo.
Presto te lo offrirò.

Cutting the paths

Veniamo al dunque: come togliere l'alimento al demone, quello che si nutre del mio pensare ed essere consapevole, quindi della mia energia, offrendomi in cambio piacevoli irrealtà? Parto da come agisce: a livello microstrutturale, organizzando percorsi di relazioni tra gli oggetti della memoria e del pensiero, in questo è bravissimo a operare nascosto e inafferrabile. E' la sua arte, e gli procura il companatico. Mi disegna una vita irreale e riesce a incatenarvi il mio tempo (troppo), creando chimere complesse, fatte di infinite elaborazioni di fatti, sensazioni, ricordi, desideri. In pratica, eccoci, tesse reti di relazioni tra questi oggetti, reti estendibili e deformabili fino all'ubriacatura (mia).
E quindi (come recito con studiata lentezza davanti allo specchio) il mio compito è spezzare le relazioni a una a una, frantumare le reti. Senza le quali non può pescare la mia consapevolezza.
Spesso mi sono chiesto qual è la missione che giustifica le performances del mio comprendonio: per le molteplici forme di successo sociale non è adatto (mancano diversi saperi, il fondamentale, che dovevo e dovrò acquisire, riguarda la nota lucidatura), e allora? Forse è il pensiero creativo e strategico per individuare un metodo, un percorso, di contrazione dell'ego attraverso il collasso delle costruzioni mentali dovuto alla distruzione del loro tessuto. Così, per il frantumarsi delle relazioni, è crollata la torre di Babele.
Qualcosa di nuovo devo inventare, non mantra e giaculatorie, né piante psicotrope o eccessi, qualcosa di diverso dalle tecniche yoga, vipassana, zen soto eccetera. E non ho abba né guru sottomano. Mi affascina la strada impervia dei koan e dei mondo zen, che lacerano senza pietà quelle concatenazioni dietro cui si nasconde con massimo agio il demone. No, qualcosa di meno impossibile. Un metodo.

Chi mi ha regalato questa scoperta?

Credo che il messaggio pervenutomi nel dormiveglia del 21 aprile 2006, tra le sette e le otto, sia stato un regalo di uno swami incontrato brevemente un paio d'anni prima, e trapassato, come ho appreso qualche mese più tardi, proprio in quella data. Messaggio chiaro: per disporre di un anello lucido, come collegamento al prossimo, occorre l'azione diretta di lucidare l'anello (ho iniziato questo blog parlandone). Apparente tautologia, in realtà la sua comprensione mi è costata decenni di errori, e non ho ancora imparato davvero a praticare. Tant'è.
IL 2 gennaio 2007 un secondo messaggio mi ha raggiunto nel favorevole dormiveglia mattutino: quando minacci veramente il demone che imperversa nel tuo pensare, subito ti offre qualche zuccherino per compiacerti. Spero che questo regalo non corrisponda ad altri trapassi.
Stavo facendo piani bellicosi nei suoi confronti, ed ecco che, lasciati i pensieri a divagare, si illumina una chiara e semplice soluzione a un problema di lavoro su cui avevo passato la sera a ponzare. Lo so che il mattino ha l'oro in bocca, ma non stavo riesaminando la questione con la lucida tranquillità dell'alba: ho intuito mentre mi stavo sforzando di pensare ad altro.
Una strategia diabolica per distrarmi dall'intento: accetto e continuo? magari sperando di ripetere lo schema? So solo che devo proseguire.

Lo sforzo più duro

Ero nella mia abitazione, una stanza quadrata in un palazzo fatiscente, simile a un alveare. Crepe alle pareti, mucchi di cianfrusaglie impolverate, ragni e insetti, neppure più il posto per stendere la mia branda e dormire: decido di iniziare le pulizie. Porto fuori alcune cassette rotte, non so dove buttarle, poi inizia il risveglio. Che significa questo sogno?
Chiaro: è ora di iniziare a pulire la mente. Via i ricordi ancora umidi, rimpianti, rimorsi, asciugare il passato, e spazzare ambizioni, speranze, desideri, via anche il futuro, soprattutto le fantasticherie. Via tutto. Urge una pulizia completa, sul perché non vi sono dubbi: da ogni guru viene lo stesso messaggio, il primo passo lungo la Via è il silenzio interiore, la consapevolezza della vanità, l'interruzione del dialogo interiore, la pulizia della ciotola, la si chiami come si vuole.
Sul come, ecco, qui qualche dubbio sussiste.

Proverbi errati

Nisciuno nasce imparato! recita un proverbio originario della Magna Grecia. Ebbene, non è vero. Siamo qui per imparare qualcosa, sulla nostra pelle e in genere con sforzi, sofferenze e retrogusti amari, e siamo fortunati se in una vita ci riusciamo (in genere è qualcosa che si può riassumere in una frase, due parole, di cui magari ci rendiamo conto da sempre, ma che fatica metabolizzarlo!). Ma una volta appreso, questo qualcosa è nostro, e se siamo alla fine della vita (o se l'apprendere determina la fine del nostro viaggio), siamo comunque in tempo per farne tesoro, e forse avremo altre occasioni per praticare. Se c'è un argomento che giustifica la reincarnazione, è questo.
Del resto, e qui sta la smentita del proverbio, nasciamo, per certi saperi, imparati. A ognuno il suo: conosco persone che esercitavano impeccabilmente la gentilezza, o l'umiltà, oppure la leadership, la creatività, l'astuzia, la seduzione, già all'asilo infantile. Istinti perfetti. Come si spiega? Riflettiamo: ognuno possiede istintivamente alcuni saperi, non sa perché e non riesce neppure a spiegare come, ma in certe situazioni sa di sapere e di potere. Basta questo pensiero per essere certi che c'è dell'altro, sentieri che si inoltrano in territori magici e che ci sfuggono come parole sulla punta della lingua.

Oxymoron

Il nome di questo sito, stilita.net, è a prima vista un ossimoro. Lo stilita se ne sta solitario sulla sua colonna, non è nodo di alcuna rete. Ma già il primo degli stiliti, Simeone, smentisce questa banalità: in fin dei conti, se ha chiesto la costruzione di una colonna, è per distaccarsi dalla folla che lo assedia mentre medita nel suo eremo, gli strappa i peli della barba per collezionare reliquie, gli chiede vaticini  e intercessioni con il cielo, inneggia lodi e canti di gloria, nessuno è più stressato dalle masse amorfe di bipedi di un anacoreta di successo. Intuizione formidabile, che eleva Simeone al rango di star religiosa, di santo mass-mediale, la base della sua colonna è un brulicare di pellegrini, curiosi, ambiziosi e business-angels, la sua fama dilaga nel collasso dell'Impero.
Ma lui è un mistico vero, non un progenitore degli opinion maker che infettano i palinsesti e fuoriescono dagli schermi dei salotti italici come colate purulente di sostanza organica, quindi impone, "Altius!", una progressiva crescita della colonna, da tre a venti metri (pensa quel vecchio vescovo che andò a visitarlo e si sorbì un'ascesa al cielo su una scala a pioli dell'ultima lunghezza, roba da rabbrividire, io che soffro di vertigini!). Vuole stare solo, il silenzio è irrinunciabile nell'ascesi.
Questa è una delle comodità della rete: lo sdoppiamento tra l'essere reale, il bipede che si dibatte sgraziato in una curiosa combinazione di spazi affollati e tempi sequenziali, e la sua presenza virtuale (non mi piace questa parola,  chiamiamola presenza parallela, o paraesistenza) nel web, come viaggiatore, come interlocutore, e come dicitore di buona ventura, presenza che può interrompersi, riprendere, procedere in asincronia, a sua insindacabile volontà.

La condizione ideale dell'anacoreta: la rete stessa è lo stilo, è la balaustra in cima alla colonna da cui Simeone si affaccia, di tanto in tanto, per dirimere questioni religiose o etiche, ma a sua assoluta discrezione. Nessun obbligo, nessun rumore di sottofondo, anzi, è fin troppo facile essere net-stiliti.
Meno facile è alzare la colonna: non occorre affrontare pellegrinaggi in Asia Minore per ascoltare in diretta l'eremita, poiché nella rete, come nelle facoltà degli iniziati, lo spostamento spaziale non implica l'uso del tempo, ma il numero dei predicatori si avvia a superare, per un prodigio non inspiegabile, il numero stesso dei bipedi, è una gara ad elevare foreste di colonne e a intersecarle con liane dagli strani epiteti e acronimi (RSS feed, Xlink, Xpointer), qualcuna emerge, ma è difficile comprendere a fondo, e impossibile razionalizzare e prevedere, il moto che determina l'altezza delle colonne, il pattern e il plot della rete.
Qui si intrecciano la fortuna e la professionalità, l'intuizione e la dedizione paziente, le teorie dei grafi, del caos, dei giochi, dei frattali. Forse, dovremo indagare le biotecnologie. La rete assomiglia a un organismo non ancora ben differenziato, ma già definibile come forma di vita. Un protozoo goffo e ipertrofico, ma in grado di muoversi, di adattarsi ai cambiamenti, di sbagliare e di correggersi, di sviluppare autoconsapevolezza.
Attenzione, questo è uno dei punti fondamentali del nostro procedere: stiamo varcando la soglia della vita, forme organizzative impeccabili ma rigide come cristalli vengono sostituite da strutture elastiche, che nel loro iniziale disordine tendono a un rigore antitetico alla rigidità, quel rigore funzionale che è condizione necessaria per la capacità di adattamento e riconfigurazione. E qui la funzione dell'anacoreta si chiarisce e si differenzia da esperti, broker informativi, consulenti, predicatori, ciarlatani, prefiche dei forum, casinisti, e interattivi di varie etnie e specie. Meditazione, consapevolezza, veglia, isola di silenzio, drastica potatura del comunicare (ma non è un ossimoro anche questo intervento?), monito a osservare al contempo dall'interno e dall'esterno, conservazione della purezza del modello iniziale, invarianza e teleologia, barra a dritta verso l'jnana. Come un nucleotide di DNA, in attesa di RNA messaggeri.

Pattern e plot

Sono passati quattordici anni da quando ho pensato per la prima volta al disegno dello sfondo, al pattern. A fasi alterne l'intuizione si affina. La dominanza del disegno sugli elementi che lo popolano è un concetto difficile ma fondamentale. Non le idee che compongono un pensiero, ma il tipo di tessuto che le sottende è la caratteristica del pensiero stesso. La forma della gerarchia è l'essenza di un certo pensiero politico, la forma di un grafo fortemente polarizzato è forse la forma del suo opposto, anche se gli adepti spesso, innamorati del loro tifo e della loro aggregazione iniziale, non si accorgono di aderire forse al tessuto dell'altra sponda.
E poi il plot, non il tessuto del contesto, che pure cambia nel tempo, ma il disegno stesso del cambiamento, la forma del processo, come il pattern lo è del contesto. I collegamenti che si dipanano nel tempo, un tempo non sempre successivo e lineare, mentre nel pattern le relazioni si disegnano in uno spazio fisico, astratto, problemico, a sua volta non sempre segnato da un numero intero e piccolo di dimensioni.
Ha a che fare con il concetto di plot dell'esistenza, l'immagine borgesiana del vecchio che disegnando gli itinerari del suo peregrinare scopre la riproduzione delle rughe del suo volto. La forma di una procedura documentale rispecchia le contorsioni mentali del compositore e dello sfondo in cui si muove. il plot deriva dal pattern e lo influenza. Non ci porremo il quesito dell'uovo e della gallina. Pattern e plot incrociano e collegano spazi e tempi poco ligi alle nostre abitudini, e meglio così, se vogliamo risvegliarci dal torpore.

Non è così

Aderire a superstizioni è un'abitudine comune: davanti alle polarizzazioni della rete sociale, tendiamo a scegliere un polo per ogni ambito e a coltivarne la superstizione di supremazia, che ne giustifica l'essere. Quindi, scegliamo, o siamo cooptati, in un polo territoriale, un polo ideologico o politico o sportivo o artistico o o o. Tranne qualche lucido e cinico interprete della società umana, che ne vede chiaramente i limiti delle passioni e delle attrattive. Costui usa i legami ai poli come talenti spendibili e sprecabili, senza alcuna etica di rete: ha torto? o piuttosto ragione nel comportarsi da nemesi degli ottenebrati di tifoseria? Il richiamo all'etica è un coro che echeggia spesso dal fondo delle paludi più ammorbate. Non di questo mi occupo: il comportamento del piccolo ego in mezzo a reti che si incrociano e si estendono in ogni direzione dello spazio, come trappole inestricabili ma anche come nervi e vene che alimentano la società umana, condizioni indispensabili alla sopravvivenza.
Non il pollice opponibile, né il solo linguaggio, ma quella strana, intensa propensione a fare rete, anche in opposizione ad altri gruppi, ha salvato quest'animale implume nella competizione evolutiva. E ora, è il momento di usare questo schema interpretativo, epocale come tutti, ne verranno dei più profondi in futuro, ne usiamo ancora dei più rudimentali provenienti dal passato, è ora di usare questo. Abbandonando sequenze, dualismi, gerarchie. Questo modello. Richiede attenzione. Non è aggrappandoci a modelli vecchi, difendendo abitudini di interpretazioni o fedi antiche che possiamo comprendere, muoverci, risolvere. Non più.

Stato di grazia

Se non è chiaro davanti ai nostri occhi è nascosto in qualche anfratto della nostra memoria, ma tutti abbiamo avuto esperienza, un attimo, un pomeriggio, qualche giorno, dello stato di grazia. Un tempo in cui la perfezione innerva ogni nostro atto o pensiero.Che cosa li determina? Un poeta ha scritto (ricordo approssimativamente) "sapesse il lettore da quale melma nasce la poesia!". E questo stato divino? E' azzardato credere che può scaturire da ogni situazione in ogni momento? Oppure nel fondo di queste combinazioni armoniche si trova un regalo del cielo, la cui giustificazione esiste e deriva dall'inconsapevole generosità, o umiltà, coraggio o temperanza di una nostra precedente azione? Un caso, o un premio, o cos'altro? Sospetto che in quei momento conosciamo la risposta, salvo dimenticarla quando la grazia finisce. Conoscere i suoi confini, di che materia sono fatti, conoscere i passi d'entrata e le vedette che li presidiano, conoscere la parola d'ordine, è lo scopo della vita del santo e del sannyasin.

aprile 2008

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